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A Torino si mangia e si beve bene, ecco perché

Scritto da GIOVANNA GALLO | 26.1.2014 |
A Torino si mangia e si beve bene, ecco perché

I motivi per cui Torino è da considerarsi una città golosa, saporita e innovativa dal punto di vista gastronomico, sono decisamente più di cinque perché ovunque ti giri c’è qualcosa di buono da mangiare. Ma per razionalizzare, perché si sa, lo stomaco a volte annebbia i sensi, ne ho individuati cinque: cinque motivi per cui dovreste immediatamente pensare a Torino come il luogo per eccellenza dove fare una scorpacciata di calorie al sapore di cioccolato, Rubatà e Bicerin.

Torino è la culla dello slowfood

In città, grazie all’intuizione di Carlo Petrini, è nata la passione smodata per lo slowfood che ha contagiato il Paese intero. Per non parlare di Eataly, la creatura di Oscar Farinetti che ha conquistato anche New York e Tokyo. E’ caccia aperta al prodotto d’eccellenza, alla nicchia gastronomica, al chilometro 0, alle carni del produttore nostrano, ai formaggi fatti come una volta, alle piccole chicche locali e regionali che fanno grande la tavola italiana. E quando le si vogliono gustare tutte insieme si va al Salone del Gusto e Terra Madre, tra gli stand del padiglione del Lingotto, evento annuale (tornerà nel 2014), a mangiare le delizie del territorio.

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Il cioccolato e il gianduiotto sono una cosa seria

Se siete a Torino (o passate in città) e non assaggiate neanche un gianduiotto avete perso l’occasione per sentirvi parte di una città che carbura… a cioccolata. E che cioccolata: per averne una torinese doc i maestri chocolatier si sono inventati un impasto esemplare, un mix di nocciole delle Langhe e cacao, l’hanno infilato in una carta dorata e hanno deliziato sabaudi e visitatori con questa invenzione. Guido Gobino tra i “giovani”, ma prima Peyrano, Venchi, Baratti e Milano, Stratta, Pfatish hanno fatto del gianduiotto un’arte cui è difficile rinunciare. Il consiglio è di provare tutte le varianti esistenti in natura e poi scegliere il preferito. Sono sicura che la risposta sarà “Tutti”.

L’apericena è un must

Se credete che l’aperitivo sia solo un momento pre-cena, un modo per perdere tempo prima del pasto ufficiale, vi sbagliate di grosso. A Torino l’aperitivo è un trend che non conosce tramonto: ci si gode le ultime ore del giorno davanti a un vintage Punt e mes, lo storico drink a base di Vermouth (torinese anche questo) e nel frattempo si mangia. Ma si mangia tanto: dal primo al dolce, dalla polenta al risotto, dagli sformatini alle cruditè. Qui l’aperitivo con le noccioline è un vago ricordo: si comincia alle 19 e si finisce a tarda notte, sempre davanti a un drink. I luoghi caldi? Ottimo cibo e serate gastronomiche a tema nel quartiere San Salvario, al Lanificio San Salvatore (irrinunciabile il cocktail Milano-Torino); in piazza Vittorio c’è la Drogheria, dove pare si siano inventati questa formula più sostanziosa di aperitivo; nel cuore del Quadrilatero Romano, il Pastis riporta tutti al 1960, in un’atmosfera vintage che riempie non solo lo stomaco ma anche il cuore. Francesca ha già scritto dell'apericena a Torino, se siete curiosi.

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La cioccolata calda non basta: a Torino c’è il Bicerin

Si dice che il Bicerin sia nato per riempire lo stomaco delle anime pie a digiuno prima della messa della domenica nel Santuario della Consolata: dopo la celebrazione, il piccolissimo bar nato nel 1763 era preso d’assalto da chi desiderava rinfrancarsi con una tazza di questa preziosissima bevanda a base di cioccolato, caffè e crema di latte. Preziosissima perché nessuno ne conosce la ricetta, solo i dipendenti, che sono tenuti, per contratto, a non rivelarla ad anima viva. Assaggerete molti Bicerin a Torino, ma solo quello dell’omonimo locale è l’originale: nelle fredde giornate d’inverno vi rinfrancherà. E’ un’esperienza mistica: la bellissima cornice della piazza della Consolata concilia la sensazione e regala un’atmosfera impagabile.

Si dice “Grissino”, si legge Rubatà

Solo uno “straniero” può capire quanto sono radicati i grissini nella cultura alimentare di un sabaudo doc perché il torinese li dà per scontati. Li brama in ogni suo pasto, li vuole sulla tavola sempre e comunque, li sgranocchia nelle pause, li usa a scopi decorativi, li offre ai suoi ospiti e li dà da mangiare ai bambini. Per uno che il grissino lo mangia solo nelle lunghe attese al ristorante e senza neanche tanto entusiasmo, una vera scoperta. Il rubatà, che proprio a Torino è nato nel 1679 per mano di Antonio Brunero, è, in una parola, Torino. E’ nodoso, croccante e saporito e fatto rigorosamente a mano. Si trovano ovunque, soprattutto nelle case dei piemontesi doc, ma anche chi scopre tardivamente questa chicca lo fa suo e non può più rinunciarci. Anche i supermercati traboccano di lunghe confezioni pieni di grissini artigianali, spessi o sottili, aromatizzati o semplici, corti, lunghi, friabili, ma le panetterie conservano le ricette originali e tradizionali. Tutti, comunque, sono accomunati da una cosa: sono irresistibili. Una di quelle cose a cui è difficile dire “Basta”. Probabile invece che, per quantità ingerite,  diventino un vero e proprio antipasto. Vi sentirete immediatamente torinesi doc: e non potrete più farne a meno.

Giovanna Gallo
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